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Immagine di Alessandro Gottardo

Sono più le cose che non conosco
che quelle che conosco.
E appena mi siedo a contemplare ciò che so,
mi accorgo che dietro
dentro
sotto
c’è ancora altro.
Un altro velo che si toglie,
una certezza che si incrina,
una verità che si ribalta nella verità opposta.
Cercare verità è imprigionare acqua in una scatola bucata.
Ma anche questa è un’impressione.
Ogni goccia rimanda il bagliore del sole e scivola
tintinnando nel ritrovo di un abbraccio tra sorelle.
Sapere e sapore hanno la stessa radice.
La stessa matrice.
Lasciandole insieme, mi lascio anche io, compagna nel gusto

M.M.

Dolore buono, contatto e sensibilità

Dolore buono. Contatto e sensibilità

Jessica Basso
Immagine Jessica Basso

Dolore buono. Il corpo c’è.

Non è una novità che da diversi mesi tutti noi stiamo vivendo una situazione nuova e differente da ciò cui eravamo abituati. Lasciando volutamente da parte ogni giudizio in merito, è innegabile che ci stiamo sempre più trovando in contatto con noi stessi, con il nostro corpo, le nostre emozioni e la nostra anima.

E fatica e dolore certo non ci sono stati risparmiati.

Capita spesso che quando qualcuno ci fa un massaggio (fatto bene 😉 ), o anche solo ci tocchi, iniziamo a sentire dolore in luoghi inaspettati del nostro corpo.

Il contatto ci aiuta a ritrovare una sensibilità perduta

Questo accade perché il contatto ci aiuta a ritrovare una sensibilità perduta e a riportare a livello della nostra coscienza un rumore sordo e costante che avevamo smesso di sentire.

Semplificando molto: non è che quel dolore prima non c’era, è che nel costante stato di allerta e stress in cui siamo immersi – nelle nostre continue corse contro il tempo accelerato – il nostro organismo “ha abbassato” il volume di quel disturbo mentre tutto il resto si alzava di tono. E per accorgerci dell’esistenza di quel dolore abbiamo dovuto ritornare a sentirlo.

Penso sempre che una delle cose belle del massaggio è che dopo qualche passaggio quel dolore diventa più tenue e spesso scompare. Precisando che con la parola “dolore” mi riferisco a quello dovuto a contratture, trigger point e affaticamento, questo nuovo tempo che stiamo vivendo ci sta costringendo a rallentare e a ricalibrare per così dire i volumi, permettendoci di sentire ciò che prima restava in sordina. A rivedere la nostra storia che non è solo un elenco di fatti ma il ricordo scritto nel corpo di percezioni e reazioni, consce o inconsce.

Alle volte sentiamo “dolore buono”: ci ricorda che SIAMO nel corpo e che a partire dal corpo e avendone cura possiamo ritornare a stare bene.

Embodiment

Embodiment

The weight of thoughts (Thomas Lerooy)
The weight of thoughts (Thomas Lerooy)

Embodiment è una parola inglese che in italiano può essere tradotta con “incarnazione” o meglio “pensiero incarnato”.

Per me rappresenta l’integrazione, cioè il superamento di una dualità culturale che distingue corpo e mente, spesso ponendoli su due piani di rilevanza differenti in cui la nostra mente predomina su tutto.

Fare esperienza dell’unità attraverso pratiche di embodiment è un po’ come attuare la nostra personale Rivoluzione Copernicana in cui la mente smette di considerarsi al centro di tutto per riscoprire di essere parte di un Sistema complesso di relazioni dinamiche di cui corpo e mente sono elementi.

Avere o Essere

AVERE O ESSERE

Immagine by Saype
Immagine by Saype

Qual è il modo migliore per aiutare le persone a sentire il proprio corpo?

E’ una domanda che mi faccio spesso.

Qual è il modo migliore per accompagnare le persone a scoprire di essere individui unici, organismi composti, complessi ma funzionali, pieni di relazioni, un’orchestra che può riarmonizzarsi da sola quando qualche strumento va fuori accordo, e che è in grado di creare una propria personale melodia ?

Mi rendo perfettamente conto che questa sia una similitudine un po’ scontata. Ma pur nella banalità del confronto, trovo il paragone tra noi e un’orchestra ancora il più immediato e calzante. Gli strumenti, le sezioni, le linee melodiche, le modalità e la velocità, gli spartiti che prendono vita dalle mani dei musicisti, il direttore d’orchestra. Tutti a suonare la stessa sinfonia. Con potenza e dolcezza. C’è sempre un sottofondo di tenerezza quando tanti elementi così diversi partecipano alla stessa opera.

E allo stesso tempo mi rendo perfettamente conto di quanto io possa sembrare un po’ strana (se non peggio) quando propongo alle persone di non pensare a cosa “dover fare” o “dover sentire” ma di lasciarsi andare all’ascolto delle sensazioni corporee senza giudizio o senza intervenire per correggerle, senza pensare subito se ci sia qualcosa che stanno sbagliando. Che è una delle cose più difficili da fare soprattutto se – come capita nella nostra cultura – manca l’abitudine di questo ascolto privo di giudizio.

Tendiamo infatti a considerare il nostro corpo più come uno studente svogliato da spronare e inquadrare che come una parte di noi. Tendiamo a pensare di AVERE un corpo, e non di ESSERE CORPO.

Penso che l’essenza del mio lavoro come operatrice olistica, artista, ricercatrice ed educatrice somatica si fondi proprio sullo stesso principio da cui nasce la mia domanda iniziale: l’accompagnamento verso il ritrovamento della consapevolezza del contatto tra mente e corpo attraverso l’ascolto delle senszioni e poi, la riscoperta di essere corpo.

Che è solo l’inizio di un percorso.

Ma si dice che anche l’Universo sia nato da una scintilla.

Quartetto d’archi silenti

QUARTETTO D’ARCHI SILENTI


Primo movimento : Arthur C.D.

La trama del successo è ingannevole e le sue logiche non appartengono a questo mondo.

Non troverai nessuno che saprà dirti cosa fare, ma tu considera sempre il rapporto tra le distanze perché quel che vedi apparire appena sopra l’orizzonte potrebbe rivelarsi immenso al tuo cospetto. Un maremoto tremendo e prorompente.

Puoi dedurre dalla pura forma cosa nasconde al suo interno ? Se non conosci l’esistenza del nocciolo, ingoieresti un’albicocca intera ?

Non è difficile risolvere un crimine se tu stesso l’hai inventato, ma non avrei mai immaginato che il figlio diventasse più famoso del padre. Che quel mio figlio di carta si facesse carne passando dagli occhi alla mente delle persone, che per essi diventasse un amico famoso con cui passare il tempo. Con pipa, violino e un brutto berretto. E non sono mai sazi, loro, ne  vogliono ancora di quel tempo insieme. Sempre di più. Altre storie, altri crimini, altri racconti. Ancora parole e invenzioni. E allora sei costretto a continuare finché non ti accorgi che hai stretto l’albicocca così forte da perderne il succo e frantumarne il seme.

Porre fine all’agonia di un figlio è un atto di pietà e liberazione.

Ho già scritto tutto.

Non ho altro da aggiungere.


Secondo movimento : Beatrice C.

La trama di questo velo è ingannevole. Nasconde il mio volto dalla morbosità della gente e mi condanna a sapere di poter vedere ciascuno di quegli sguardi rivolti al mio supplizio. Ciglia celate dietro un manto di compassione per non ammettere di essere qui per dissetarsi alle mie lacrime. Ma non sapete che la fonte del mio cuore si è esaurita e non potrò più piangere, nemmeno per la mia anima ?

È ora. Quasi all’alba di un nuovo secolo il boia taglierà la mia testa sotto gli occhi immobili delle statue di Pietro e Paolo che mi osservano muti di là dal ponte. Quanta gente è morta ai piedi di Castel Sant’Angelo ? Le pietre, come gli uomini, non sono ancora stanche di assorbire sangue e nulla importa se lo strazio è di colpevoli o innocenti. Il sangue chiama solo altro sangue.

Ho attraversato la vita con passo delicato, ma non è stato sufficiente per restare inosservata.

Più volte sono stata violata da chi avrebbe dovuto proteggere la mia anima tenendola tra le mani. Mio padre, i miei fratelli, il mio amore e quegli uomini di Dio che mi hanno dato solo disprezzo, torture, morte. Anche il sarcofago dove speravo di trovare pace è stato profanato.

La mia triste storia ha solleticato la fantasia di pittori, scrittori e registi. Uomini di fama di ogni luogo ed epoca hanno permesso al mondo di tenermi a mente, ma non so se tenendo spalancata la porta sul mio ricordo abbiano reso onore a me o a loro stessi.

Io vorrei solo restare ferma, immobile. Vi prego, ora basta, chiudete quella porta e dimenticatemi.


Terzo movimento : Francis B.

La trama di una tela è ingannevole. È un orologio che batte il tempo che è passato stratificando abbozzi, errori, ripensamenti. Diventa una crosta spessa che porta sotto di sé tutta la sua storia.

Ditemi, voi cosa fate per essere più sicuri e rendere la crosta più sottile ? Per non sbagliare ? Dove trovate ispirazione per creare ? Create o volete che altri lo facciano per voi ?

Io ad esempio riempio il mio naso di odore di marcio e di merda. Non scherzo, non venite a bussare alla porta del mio studio chiamandomi maestro se non siete in grado di capire.

Non chiedetemi perché, non mi interessa cosa avete da dire. Cosa pensate di me, delle mie opere. Non fatemi parlare. Non voglio parlare. Se volete capirmi entrate e  guardate. Guardate i miei quadri, i miei disegni che fissano su carta i brandelli della mia anima, e che fissano voi mentre li guardate e che fissano me mentre do corpo all’invisibile che mi chiede di farlo entrare in questo mondo. Segno dopo segno.

C’è chi ha detto che se non avessi iniziato a dipingere sarei diventato un serial killer. C’è chi ha cercato di entrare nella mia testa per darmi una storia, attribuirmi una causa, qualcosa che gli spiegasse quel senso di schifo che gli torce lo stomaco davanti alla tela, facendo finta di non sapere che in realtà ciò che vede è il suo riflesso.

Sono pazzo io a non aver paura di ciò che vedo o siete pazzi voi che vi riempite occhi, orecchie e bocca di tutto ciò che vi permette di non vedere il torbido che vi guizza sotto pelle e che cercate di ricacciare in sogni da non ricordare ?

Che senso ha non dare odore all’evidenza ?


Quarto movimento : Wendy T.

La trama dell’amore è ingannevole e muta forma, come acqua.

Da bambina disegnavo coi pastelli la famiglia che avrei avuto. Usavo quella carta marrone che il macellaio dava a mia madre per avvolgere la carne, cercando di non guardare le gocce di sangue secco  che macchiavano il mio sogno.

Io, un marito premuroso, un bambino sorridente.

Volevo un castello, ma è arrivato un hotel a farci da casa.

Forse il mio disegno non era poi così chiaro e di quel desiderio si è avverato solo l’involucro.

Io, Jack, Danny.

Siamo soli qui. In mezzo a un nulla coperto di neve

Troppo lavoro e niente svago rendono Jack un ragazzo annoiato.

Appoggio la fronte alla finestra della nostra camera. La condensa mi imperla le ciglia e scende in vischiose lacrime al centro del naso. Sembra una matita che traccia il mio profilo al muro, ferma per sempre su queste pareti, inglobata, senza speranza di uscita.

Fuori un buio coperto di bianco e ancora neve.

Cumuli di neve.

Altra neve.

Solo neve.

Muri di neve che escludono il sole un fiocco dopo l’altro.


*riproduzione consentita con citazione della fonte e rispettandone la forma integra

CantaStorie – Per voce sola

CANTASTORIE – PER VOCE SOLA


Foto di Luca Squatrito da Performance Pulse (primo studio)
da questo racconto prende vita la partitura orale per la perfomance Pulse

Una storia esiste solo quando qualcuno la racconta.

Me lo disse Abula, ridendo della mia faccia rossa e indignata.

Sentivo gli occhi bruciare di sonno e di rabbia. Due fessure sottili costrette, sentivo anche questo, a riaprirsi senza volerlo.

Era l’ordine silente dei suoi occhi a dominarmi ?

Così grandi e bui come un mare senza luna, avevano anche il potere di scaldare, ma in quel momento portavano il gelo di una pietra fredda.

Fu la sua mano ad ammorbidirsi per prima.

Mi accarezzò una guancia, mi sollevò sul capo il cappuccio della tunica e mi fece cenno di seguirla.

Non era quello il tempo e il luogo per fare domande.

Avevamo trascorso la notte precedente all’aperto, sotto a una grande tettoia che faceva da riparo a chi avrebbe dovuto dormire nei pressi del porto.

Ero contenta di poter stare sotto le stelle, era la prima volta che andavo oltre i confini delle nostre terre e riconoscere nel cielo lo stesso disegno, sapere che nulla lassù cambiava, mi faceva sentire meno estranea, mi confortava.

Quanta gente quel giorno al porto! Non parlai con nessuno: ero sorpresa, affascinata, intimorita. Mai mi sarei immaginata una così grande varietà di uomini e donne. Avevano carnagioni, dialetti, sguardi differenti e anche gli abiti che rindossavano avevano tagli e colori propri e specifici.

Nei movimenti, i gesti erano diversi. Un altro modo di sollevare una spalla o di posare il piede a terra. Ognuno era mescolato agli altri come ingredienti di un unico pasto.

Anche io e Abula.

Così quando Abula mi chiese dove avessi voluto sdraiarmi per dormire, mi avvicinai a un gruppo di uomini, seduti intorno a un fuoco. Non c’era luna quella notte e io volevo poter osservare ancora un po’.

Le bisacce ci facevano da cuscino, le ampie tuniche da coperte.

La voce degli uomini copriva appena quei trenta passi di distanza e non avrebbe disturbato il nostro riposo.

Abula si addormentò subito.

Il vento cambiò il suo giro.

Trasportate dall’aria, quelle voci indistinte diventarono parole, le parole frasi, le frasi una storia.

La loro storia.

Raccontavano di una guerra, dei loro eroi, di nemici sconfitti e di un ritorno trionfale. Raccontavano dei loro avi, dei loro padri e delle stirpi che da quella gloria erano nate.

E mentre parlavano mi accorsi che la loro storia era anche la mia storia: lo riconoscevo dai nomi, lo riconoscevo dai fatti.

Ma cosa stavano dicendo ? Quale trionfo ? Quale gloria ?

Avevano vinto la guerra, sì, ma con la codardia di un inganno.

Nessun valore di una battaglia a viso scoperto, solo trame intessute nell’ombra.

E i loro eroi, i loro padri, quali stirpi avrebbero potuto generare se più della metà fu trafitta dalle nostre spade ?

Anche il loro grande capitano si schiantò contro il furore della mia regina ingannata.

E quella gente al porto di cosa si stava vantando ? Non sapevano che il loro popolo era stato costruito su qualcosa di falso ? Io sapevo la verità perché da generazioni era tramandata dal mio popolo.

Ero furiosa. E poi confusa.

Qualcuno aveva mentito. Ma chi ? Loro ? Noi ?

Non riuscivo più a muovermi. Non sentivo più il mio corpo. Tenevo gli occhi stretti e da dentro le palpebre vedevo danzare macchie arrossate dalle fiamme del fuoco. Volevo il buio. Volevo che quegli uomini tacessero. Volevo silenzio.

Ma l’oblio del sonno non venne in mio aiuto.

Al mattino Abula si svegliò non appena si spense l’ultima stella della notte.

Non le lasciai nemmeno il tempo di raccogliere le sue cose. Le riferii subito quanto avevo udito. Lei di sicuro avrebbe fatto qualcosa. Ma non tremò di sdegno come avrebbe dovuto, come avrei voluto.

Nemmeno mi confortò. Mi disse invece che ero un’ingenua, una bambina che si lascia sconvolgere da parole uscite dalla bocca di qualche sconosciuto.

Una storia esiste solo quando qualcuno la racconta.

Quando la seguii di nuovo per quei sentieri labirintici tenevo gli occhi fissi alla sua schiena. Reestavo incollata alla mia Abula per non perdermi. Sempre due o tre passi davanti a me, la vedevo muoversi agile tra persone, banchi e carri pieni di merci di ogni tipo. Non camminava semplicemente ma scorreva negli spazi come un soffio di vento. E io, dietro di lei, come lei ondeggiavo seguendo il ritmo del nostro respiro. Con sollievo mi abbandonai al corpo facendomi cullare dai suoi movimenti ritrovati.

Quella notte sul carretto, di ritorno dal porto, noi due di nuovo sole, riempii di coraggio la mia gola e pronunciai a voce alta quelle parole che fin dal mattino snocciolavo nella mente come semi da preghiera.

Ma Abula com’è possibile che la stessa storia sia raccontata in modo diverso ?

Abula emise un lungo sospiro mentre con una mano spostava la lunga treccia sull’altra spalla.

Seduta di fianco a lei ora potevo vederle l’incavo del collo. Era lì che mi rifugiavo da bambina per nascondere le lacrime quando qualcuna delle mie compagne mi faceva dispetto.

Solo con Abula mi permettevo di piangere.

Che ti importa ?

Voglio sapere la verità.

Che ti importa ? Ogni storia che viene raccontata è vera. Guarda mi disse indicandomi una stella. E muoveva il dito come per grattarla via dal buio.

Riesci a contare quante stelle ci stanno osservando ? Ognuna di loro avrà da raccontarti la sua storia , ma nel cielo si muovono tutte insieme.

Ed esistono storie non raccontate ?

Abula alzò le spalle. Forse, rispose. E fermò il carro.

Alzai lo sguardo al cielo. Il disegno del cielo continuava a spostarsi lungo la sua volta. Mi addormentai.

Sognai di sciogliere la treccia di Abula e di separare ogni capello dall’altro. Percorrendoli dalla punta alla testa, tra le dita potevo sentire ogni loro consistenza meravigliandomi di non trovarne due uguali.

La treccia di Abula.

Quando lei morì le abbiamo composto i capelli sul petto prima di bruciarne il corpo.

La mia treccia invece l’ho tagliata molto tempo fa perché nessuno vi si potesse più aggrappare.

Quello stesso giorno scelsi anche di smettere di parlare.

Dopo che il mio villaggio fu distrutto e la mia gente trucidata da quegli uomini venuti da lontano, non avevo più parole.

O meglio ne avevo così tante ammassate nel corpo che le sentivo come un fiume in piena e la lingua una montagna franata nell’acqua che impediva il suo fluire.

Mi sentivo soffocare, qui tra petto e gola.

Non sapevo più da che parte cominciare a dire. Cosa dire. Le parole, non riuscivo più a dar loro un ordine e un senso.

Davvero erano convinti che distruggendo terre e corpi avrebbero spezzato anche il nostro spirito ?

Sorridevo della loro ingenuità. Li vedevo abbassare gli occhi come bambini pieni di vergogna, impauriti davanti a me dopo che avevo curato e guarito il loro re.

Mia sorella si arrabbiò e non solo lei. Ma cos’altro avrei potuto fare ?

Lo sapevano anche loro: ci avrebbero lasciati in pace. E così fu.

Lei restò a ricostruire quanto perduto, a cercare di ridare alla polvere la sua forma originaria per ritrovare la nostra identità e da lì ricominciare.

Altri invece decisero di andarsene e io fui tra quelli.

Ci salutammo, noi sopravvissuti, con un pasto frugale sotto alla luna che stava crescendo.

Non era una festa, ma il silenzio che ci circondava non era lugubre: ognuno avrebbe percorso la propria strada.

L’indomani partimmo.

Dopo pochi passi mia sorella mi corse incontro per abbracciarmi un’ultima volta.

Fu l’ultima persona a pronunciare il mio nome. Quando in seguito mi separai anche dai miei compagni io, muta, come avrei potuto farlo sapere a qualcuno ?

E me ne diedero un altro.

La donna uccello mi chiamavano.

La voce si era diffusa e mi venivano a cercare ovunque fossi perché c’era sempre qualcuno da curare, da guarire. Qualcuno di così caro per cui valeva la pena sopportare le fatiche di un lungo viaggio, di una ricerca incerta di paese in paese seguendo il filo di una speranza.

Io ero diventata quella speranza.

Se Abula l’avesse saputo si sarebbe messa a ridere così forte da far zittire tutte le cicale per lo spavento.

È un onore, mi avrebbe detto.

Lo so. Avrei risposto.

E io mi spostavo percorrendo quel filo a ritroso. Leggera e sottile ondeggiavo nel mio respiro come un uccello che sa come farsi portare dalle correnti. Le mie braccia erano ali e le mie dita piume che accarezzavano quei corpi esausti e pesanti, fino a svaporare il buio caduto nei loro occhi. Qualcuno la chiamava magia.

Dicevano che riuscivo a sconfiggere malattie che nemmeno i loro guaritori più bravi riuscivano a vincere. Ma non c’era niente da combattere.

Il mio non era un dono e nemmeno un segreto. Semplicemente, paziente, ascoltavo quello che quei corpi avevano da dirmi. Carne, ossa, il rumore del sangue raccontavano alle mie dita la loro storia.

Imparai che esistono storie non raccontate, si trovano nei corpi. Racconti non detti, non capiti forse perché intraducibili, ma reali e cresciuti nel corpo e lì conservati, per non perdersi, in un pacchetto legato così stretto da fare male.

Io che non parlavo potevo capire la lingua del corpo. Nel mio silenzio ho sciolto i lacci di storie imprigionate nelle stesse persone che le avevano vissute. Con le dita le ho ascoltate e con le dite a quegli stessi corpi raccontate. Così da poter essere ricordate.

Molte stagioni sono passate, le stelle hanno percorso così tante volte l’arco del cielo che ne ho perso il conto.

I miei capelli si sono striati d’argento e io continuo a percorrere la strada che ho scelto.

Ho trattenuto nelle mani ogni laccio che ho sciolto, non volevo liberarmene. E quei fili si sono aggrovigliati per poi trasformarsi in anelli di pietra bollente incastrati tra le mie nocche.

Ora le piume delle mie dita non possono più essere portate dalle correnti, sono diventate sorde e non riescono più a raccontare.

Ma dove non è più aria è tornata l’acqua.

Col tempo il fiume ha eroso la pietra, i massi che mi ostruivano la gola sono rotolati via.

Ogni laccio è una storia che il mio corpo ha conservato finché ho ritrovato la voce. Non come l’avevo lasciata, ma più ricca, nutrita dalle storie delle persone che ho incontrato, che ho liberato.

La mia voce è anche la loro, anche la tua. Insieme racconteremo.

Una storia esiste sempre quando qualcuno la racconta.


*riproduzione consentita con citazione della fonte e rispettandone la forma integra

Corona (Fase 1)

CORONA (FASE 1)


Questo è un articolo, o meglio una serie di pensieri, scritto qualche mese fa per il collettivo berlinese Andere zustände ermöglichen. Sono stata coinvolta da M. una persona molto cara che collabora con loro e che oltre a farmi un po’ di domande si è anche occupata della traduzione in tedesco. Mi piace molto il nome di questo collettivo che trovo più che mai attuale e visti gli ultimi tempi anche un po’ profetico “immaginarsi altri condizioni da vivere/immaginarsi un altro mondo”.

Ripubblico qui quel che ho scritto nel mese di aprile, rileggendo le mie parole e tralasciando ogni giudizio non posso fare altro che sorridere con la stessa tenerezza che si ha per le cose lontane.

“Se a fine del 2019 qualcuno mi avesse detto che in pochi mesi tutto il mondo si sarebbe fermato per un’epidemia globale, avrei pensato fosse pazzo. Se a fine 2019 qualcuno mi avesse detto che in appena 3 mesi la nostra cultura, la società, l’economia, l’ecologia, le modalità di lavorare, di condividere e di stare insieme sarebbero cambiate radicalmente, gli avrei chiesto di quale serie TV stava parlando.

E invece è realtà. La situazione è questa.

E come tante persone vedo la parte positiva e quella negativa. E come tante persone sono spaventata dal non sapere assolutamente cosa succederà dopo il virus e nel frattempo spero egoisticamente che nessuna delle persone che conosco si ammali. In una sensazione iniziale di irrealtà, la morte per Covid-19 di un lontano parente di mia madre, a Milano, mi ha però sbattuto in faccia che è tutto reale.

Sono fortunata perché vivo in una situazione privilegiata: sto fisicamente bene, per ora non ho problemi economici, ho un piccolo orto sul balcone, non vivo con persone violente, ma abito da sola con un gatto in un appartamento grande in una città, Bologna, che ha un buon sistema sanitario, che però sta collassando: non c’è più posto nelle terapie intensive e gli ospedali stanno valutando se fermare tutte le operazioni chirurgiche, anche per chi deve essere operato di tumore.

Seguendo le indicazioni e i decreti del governo italiano, resto a casa e quando soffro di solitudine chiamo un amico e faccio un video-aperitivo. Santo Internet!

Siamo io e il mio gatto, il mio gatto e io, e dopo un mese di lockdown ancora non ci odiamo. Anche se siamo stanchi di non vedere nessun altro.

Il mio è un lavoro di cura. Lavoro con i corpi delle persone, sono una Holistic Operator e insegno pratiche di movimento consapevole (Postural Gym & Pelvic Gym). Mi manca non solo il mio lavoro, ma il poter avere un contatto diretto, di comunicazione immediata e quindi senza altri media, con le persone. Contatto che non so assolutamente quando potrò riprendere.

In uno stato di assenza si sviluppano altri sensi. Ci restano gli occhi. La possibilità di vedere e farsi vedere e faccio quello che posso fare con i mezzi e le competenze a mia disposizione: ho aperto un canale youtube e con un telefono appoggiato a uno sgabello giro dei video di ginnastica posturale e ginnastica pelvica. É il mio modo per restare vicina alle persone e perché no, acquisire nuove competenze e forse, nel futuro, nuove possibilità. E come me altri miei colleghi continuano a svolgere la propria attività sulla rete.

In un clima di grande incertezza, penso che il governo italiano stia facendo quel che può e se giusto o sbagliato lo scopriremo nei prossimi mesi. Ma la grande spinta, negli anni passati, verso la privatizzazione, anche del sistema sanitario, ha sicuramente indebolito un sistema che ora vive sull’orlo di un collasso.
I problemi c’erano anche prima e la pandemia ha dimostrato quanto decenni di liberismo selvaggio (ed episodi di corruzione) abbiano davvero lasciato il segno. E immagino che anche adesso c’è chi si arricchisce e chi diventa sempre più povero.

In Italia si dice “Del senno di poi son piene le fosse” che vuol dire “it’s easy to be wise after the event”, e quel che resta è nelle mani e nella responsabilità delle persone. Tutti, nessuno escluso. Non solo medici e infermieri.

Qui a Bologna, che è un’isola felice, la comunità cerca di fare rete e da quel che so molte persone soprattutto giovani hanno cominciato a fare del volontariato attivo: portare la spesa a chi non può o non è in grado di uscire di casa, nelle cucine popolari, come operatori telefonici per le persone in difficoltà. Accanto a loro, persone che invece continuano a fregarsene, a trovare ogni scusa per uscire di casa o riversare odio in rete. Quanto le persone e la società saranno cambiate lo scopriremo in futuro.

Lo so: non ho delle critiche più approfondite da fare sul sistema dei media, delle informazioni degli algoritmi di facebook e nemmeno non parole meno banali di “il futuro è incerto per tutti”. Ho solo qualche opinione sulle poche cose che conosco e che sono intorno a me.

Ma una cosa la so: la respirazione è fatta di 3 fasi. Inspiro, espiro e un momento di pausa, in cui tutto il corpo è sospeso. Quella pausa è un profondo atto di fede nel respiro successivo. Vivo in quella fede, sospesa tra quello che era e quello che sarà.”


Qui il link all’articolo con traduzione in tedesco

Uomo. Le cose che abbiamo in comune

UOMO. LE COSE CHE ABBIAMO IN COMUNE


Sportman stretching

Lo sapevate che anche gli uomini hanno un pavimento pelvico ?

Spero proprio di sì.

Se negli ultimi anni fra le donne è aumentata la sensibilità per la propria salute pelvica, nel mondo maschile questo argomento è ancora poco affrontato tanto che mi è capitato di sentirmi chiedere se anche gli uomini abbiano un pavimento pelvico e a cosa gli serva, dal momento che non partoriscono.

Ce l’hanno, eccome!

È una domanda interessante che nasce, a mio avviso, in primo luogo da una scarsità di informazioni di base. Inoltre si tratta di muscoli interni, quindi non direttamente visibili, e collegati alla sfera sessuale, quindi anche a certi tabù culturali. Molto spesso le conoscenze che abbiamo sono scolastiche e rischiamo di restare con le poche nozioni che abbiamo imparato, magari svogliatamente, o con in testa le immagini di tavole anatomiche che danno una visione semplificata e bidimensionale del nostro organismo. Purtroppo molto spesso iniziamo a conoscere le “parti oscure” del nostro corpo quando queste ci fanno male o – peggio – si ammalano, e il dolore diventa stimolo obbligato per saperne di più.

Ma ritorniamo a noi.

Il pavimento pelvico – cioè il gruppo di muscoli che si trova come un tessuto elastico nella parte bassa del bacino – partecipa a numerose e importanti funzioni fisiologiche sia nelle donne che negli uomini, con strutture anatomiche molto simili per entrambi i sessi: sono quindi simili le modalità e le motivazioni per allenare efficacemente il proprio pavimento pelvico.

Restano comuni infatti le sue funzioni principali: sostenere e contenere gli organi addominali, controllare l’espulsione di urina e feci, contribuire alla coordinazione respiratoria, trasmettere il movimento, e prendere parte all’attività sessuale.

Ovviamente ci sono importanti differenze fra i due sessi, collegate alle funzioni sessuali e riproduttive: cambiano le dimensioni e l’inclinazione delle ossa del bacino e gli orifizi.

Per la sua predisposizione al parto, il pavimento pelvico femminile risulta più flessibile, mentre quello maschile tende a perdere flessibilità per l’uso eccessivo della posizione seduta e la mancanza di esercizio.

Questa tendenza ad avere una muscolatura e una struttura articolare irrigidita può portare al dolore pelvico (un disturbo molto comune negli uomini) e, negli anni, a una iperpressione all’interno dell’addome rischiando l’ingrossamento della prostata, organo fondamentale dell’apparato uro-genitale.

Pertanto l’allenamento avrà come obiettivo per gli uomini quello di aumentare la flessibilità, per le donne quello di rafforzarla. (NB. Le informazioni qui riportate sono generiche e ogni persona ha una sua specificità, pertanto la valutazione deve essere individuale.)

L’allenamento pelvico inoltre aiuta a connettere i muscoli addominali e quelli della schiena con la respirazione. Inoltre, in un ritrovato rapporto con il proprio corpo, una maggiore conoscenza e consapevolezza migliorano la vita sessuale. Può essere quindi d’aiuto per chi soffre di eiaculazione precoce o difficoltà nelle erezioni.

Concludendo, molti sono i benefici della ginnastica pelvica anche per l’uomo. In sintesi:contribuisce alla salute e al funzionamento della prostata, diminuendo la pressione addominale che può stimolarne l’ingrossamento

– migliora la postura e i problemi alla schiena

– migliora la circolazione sanguigna

– aumenta la consapevolezza, la percezione e la mobilità della zona pelvica favorendo quindi anche la vita sessuale

Nella canzone di Daniele Silvestri Le cose che abbiamo in comune viene fatto un piccolo elenco: abbiamo due braccia, due mani, due gambe, due piedi, due orecchie ed un solo cervello. Mi prendo la licenza di aggiungerci anche il pavimento pelvico.


*riproduzione consentita con citazione della fonte e rispettandone la forma integra

La goccia che trabocca

LA GOCCIA CHE TRABOCCA


Libera di essere come vuoi tu e sicura di te in ogni momento con una protezione che non si fa notare.

Libertà, sicurezza, protezione.

Queste sono le parole chiave utilizzate nelle pubblicità che sponsorizzano assorbenti per chi soffre d’incontinenza.

Se negli ultimi anni le pubblicità di questi prodotti sono aumentate, è diminuita al contempo l’età delle protagoniste degli spot e quindi del target di riferimento. Questi assorbenti non sono più indirizzati solo a signore di una certa età, ma a donne e uomini molto più giovani, segno evidente – a mio parere – di quanto questo problema sia diffuso e percepito.

Il sito della FINCOPP (Federazione Italiana Incontinenti e  Disfunzioni del Pavimento Pelvico) segnala una stima di circa 5.000.000 (5 milioni!) di persone che soffrono di incontinenza, 60% donne e 40% uomini, con disturbi che variano per entità e gravità: da piccole perdite da sforzo all’incapacità di controllo della vescica.

Sempre sul sito sono riportati i risultati di uno studio inglese del 2005 che stima tale problema nel 27% delle persone tra i 55 e i 64 anni, quasi una persona su 3!

Lasciando da parte le cause che danno origine a questi disturbi, vero è che sono problemi che incidono pesantemente sulla vita delle persone in un’età sicuramente ancora giovane e attiva all’interno della nostra società. L’incontinenza è un problema intimo, spesso fonte di vergogna, imbarazzo e disagio e purtroppo possono passare anche molti anni dai primi episodi (qualche goccia persa in situazioni di sforzo come ridere, tossire, fare sport o sollevare quacosa di pesante) a quando si decide di parlarne al proprio medico o a uno specialista.

E più il tempo passa, più aumenta il rischio di cronicizzare e aggravare la situazione, con difficoltà maggiori nel recupero pieno o parziale della funzionalità degli apparati escretori. Si arriva tardi. Per pudore, perché si sottovaluta il problema e per scarsità di informazioni.

Un pavimento pelvico debole, troppo flaccido o troppo contratto, favorisce l’incontinenza. Infatti una delle sue funzioni principali è quella di collaborare al controllo delle aperture di uretra e retto attraverso i loro sfinteri, oltre a sostenere il peso degli organi interni che rischiano di abbassarsi se non sono ben “tenuti su”.

Assieme a uno stile di vita che favorisca questo processo (modificando cioè le cattivi abitudini che possono indebolire le pelvi, come una vita sedentaria e il perpetuarsi di schemi motori inefficaci), tonificare e rendere più elastici e flessibili i muscoli del pavimento pelvico è fondamentale per mantenere queste funzionalità o per recuperare quelle perdute.

Per fortuna oggi c’è un’attenzione maggiore per questi problemi e non si tende più a sottovalutare la salute del pavimento pelvico. La ginnastica pelvica o la rieducazione perineale vengono infatti consigliate a chi soffre di incontinenza; sia per migliorare il tono della muscolatura (grazie a esercizi di elasticità e rinforzamento) che per incrementare la consapevolezza del proprio corpo, e sono utilizzate anche come pratiche a supporto di eventuali interventi.

Ritornando alle pubblicità, sono sempre stata dell’idea che più si parla di un problema, meglio è.

Aiuta a fare informazione e a dare evidenza e visibilità a un disagio (in questo caso molto comune), aiuta a “normalizzarlo” e ad affrontarlo senza vergogna e più tempestivamente. Ma manca ancora attenzione per la prevenzione.

Ognuno ha il suo mestiere, le aziende producono e i pubblicitari vendono prodotti.

Nei casi di incontinenza, gli assorbenti sono utili e funzionali, ma trovo abbastanza svilente che il messaggio trasmesso sia che la sicurezza di sé debba essere inevitabilmente legata a un acquisto.

Come se gli assorbenti fossero i dispositivi della propria autodeterminazione e la libertà, un tampone.

Mettere una ciotola sotto a un rubinetto che perde è una soluzione momentanea: il rubinetto non aggiustato continuerà a gocciolare.

La libertà è educazione alla prevenzione. E non solo nell’ambito della salute.

Perché Prevenire è meglio che curare.


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